7 Ottobre 2016

Barcode: il codice della rivoluzione

Ideato nel 1952, il codice a barre ha trasformato ogni comune processo di vendita

Andare a un concerto, ricevere un pacco, salire a bordo di un aereo, comprare il pane.

A primo impatto, sembrano azioni completamente scollegate tra loro, da “comun denominatore cercasi”. Eppure un nesso che le lega c’è, formato da righe nere e spazi vuoti.

Il suo nome? Codice a barre.

Brevettato il 7 ottobre 1952 dagli ingegneri statunitensi John Woodland e Bernard Silver, il codice a barre fece però fatica a imporsi. Automatizzare e velocizzare le operazioni di cassa sarebbe infatti stato semplicissimo, se solo commessi e commercianti avessero avuto a disposizione la tecnologia adatta.

Era però solo questione di tempo. Così, mentre Woodland sviluppava i primi codici a barre lineari e non più basati sul Codice Morse esteso in senso verticale (poi adottati con il nome “Universal Product Code”), gli hardware laser e i circuiti integrati erano in piena accelerazione evolutiva.

Insomma, si poteva fissare la data del battesimo. Il 26 giugno 1974 un pacchetto di gomme americane venne “battuto” per la prima volta da un lettore Datalogic in un supermarket di Troy (Ohio).

E dal MidWest partì una vera e proprio rivoluzione per commercianti e clienti. La raccolta automatica dei dati permessa dai codici a barre ha infatti rappresentato da subito un vantaggio competitivo e un miglioramento operativo per qualsiasi società con la necessità di automatizzare i processi aziendali. Un cambiamento talmente imponente da essere difficilmente quantificabile: si pensi, ad esempio, alle file chilometriche in stile “coda in tangenziale” che ogni cassiera dovrebbe smaltire senza la velocità di un codice a barre decifrabile da un software.

In poco più di 4 decenni, i codici a barre hanno infine cambiato look: QR code, VPOCEYE, ShotCode e simili, magari linkati a musica o URL e leggibili con un’app dallo smartphone. No, in questo caso Woodland e Silver non hanno gran merito; ma agli inventori “born in the USA” va comunque riconosciuta la paternità di un nuovo alfabeto per la catalogazione, espresso poi attraverso diversi formati.

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