Sii libero di essere, la visione di X Factor 2021

di Redazione 21 Dicembre 2021 • 4 minuti

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X Factor 2021 ha messo al centro la musica o le persone? Alcune considerazioni sull’edizione a tema inclusivity del talent show più amato d’Italia.

Doveva essere l’edizione di dell’inclusività, della libertà di espressione. Quella a misura di Gen Z. E invece ha scatenato critiche e polemiche. Un importante passaggio di testimone del conduttore e quella che si proponeva come una rivoluzione: l’abolizione delle categorie.

Sembrava tutto perfetto, eppure cos’è andato storto?

«Eliminando la storica divisione in categorie X Factor non solo accoglie il cambiamento, ma vuole farsene portabandiera: in un mondo che non ha più bisogno di fare distinzioni di genere o di età, per noi talento è un sostantivo neutro. A tutti i concorrenti che saremo orgogliosi di accogliere sul palco chiederemo di portare con sé l’unica cosa che davvero gli occorre: il loro personale, unico X Factor»

Antonella d’Errico, Executive Vice President Programming Sky Italia.

“Come as you are”, l’edizione dell’inclusivity

Ma veniamo al punto. Cosa è cambiato nell’edizione del 2021? Semplice. Innanzitutto, il conduttore. Dopo anni al servizio del talent show più seguito d’Italia, Alessandro Cattelan ha passato il testimone al suo successore. Ludovico Tersigni, classe 1995 e beniamino della Gen Z, che lo ha visto protagonista nelle serie TV cult “SKAM Italia” e “Summertime”. Le prime titubanze da parte del pubblico riguardavano proprio questo primo cambiamento: troppo giovane, dicevano. «Non l’ha mai fatto». E così, tra i sospetti dei fan accaniti di Cattelan, e l’entusiasmo del pubblico young, Ludovico ha portato sé stesso sul palco di X Factor come prima novità dello show.

Anche la struttura del programma è “leggermente” mutata. Un cambiamento all’apparenza minimo, se non fosse per il forte significato simbolico che una simile scelta porta con sé. Niente più Under Donne, Under Uomini, Over di qua, Over di là. Dimenticarsi delle categorie, per creare una trasmissione più inclusiva, in cui al centro c’è la musica. Senza limiti, senza confini. E senza distinzioni di sesso.

Il claim è chiaro: “Come as you are”. Sii libero di essere chi sei. Insomma, un format che ha fatto venire l’acquolina in bocca alla Gen Z, la generazione che più ha a cuore questioni come l’inclusività, la diversity e le teorie gender-fluid. Uno show in cui i partecipanti possano sentirsi parte di una grande realtà senza essere incasellati o etichettati per la propria identità di genere, per la propria personalità. Finalmente i grandi temi del 2021, in televisione, in prima serata! Le premesse c’erano tutte. 

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Parlare di quote rosa nel 2021 è (forse) anacronistico?

Non si sono fatte attendere le polemiche e le critiche. Sì, perché alla fine dei conti, le partecipanti donne sono state soltanto 2. Su un totale di 12.

X Factor non è soltanto uno show, ma anche un fenomeno social. Come per molti altri programmi televisivi, la tendenza è quella di espandere il contenuto su più media: è proprio su canali come Facebook e Twitter che le polemiche si sono infiammate maggiormente e i giudici sono stati presi di mira per non aver tenuto in considerazione di dover prevedere delle “quote rosa” all’interno dei propri team di artisti.

«Volevamo riportare la musica al centro senza distrazione» ha detto Nils Hartman, Senior Director Original Production Sky Italia. E così i giudici hanno scelto i propri cantanti in base ai gusti personali e al talento dei partecipanti, senza far caso che questi fossero uomini o donne

Il maschilismo sta negli occhi di chi guarda?

X Factor 2021 ha diviso il pubblico in due parti. Chi sostiene che non possa essere accettabile la minoranza di partecipanti donne, specialmente in questa particolare edizione. E chi, invece, pensa che inserire le donne nei team solo perché, appunto, donne sarebbe una forzatura.

Quel che è certo è che il risultato dell’edizione, nonostante i bellissimi pronostici, non è stato esattamente quello sperato. La musica al centro. Forse il problema è stato proprio questo. Forse al centro dell’edizione più inclusiva di sempre avrebbero dovuto esserci le persone. Se da una parte parlare di “quote rosa” fa risultare il tutto forzato o, in qualche modo, pianificato, dall’altra, in una società in cui si parla ancora di gender gap, di divario salariale e discriminazioni, una piccola forzatura è necessaria.

Quel che è certo è che la televisione, mezzo di comunicazione di massa tradizionale, porta ancora sulle spalle un gigantesco peso: quello di rappresentare, almeno in parte, la società in cui si trova. E se si può dire che il ruolo educativo sia passato anche nelle mani di media più moderni come i social network, la televisione dovrebbe capire che non basta inviare messaggi importanti. Il punto è metterli in atto.

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